LORENZO VILLA Nasce il 7 Aprile del 1973 a Besana in Brianza (MB).

Frequenta l'Istituto Statale d'Arte "Villa Reale di Monza", dove ottiene il diploma di Maestro d'Arte.

Grazie alla collaborazione con diverse Gallerie d'Arte, partecipa a numerose mostre collettive, personali e a fiere di livello internazionale: Milano, Como, Salerno, Padova, Firenze, Roma, Napoli, Barletta, Pavia, Ferrara, Menaggio, Bellagio, Lecco, Piacenza, Arcore, Monza, Mosca (Russia), Providence (USA), Heerenveen (Olanda). Le sue opere fanno parte di collezioni private, italiane ed estere: Austria, Belgio, Francia, Germania, Giappone, India, Olanda, Portogallo, Spagna, Svizzera, USA. 

Lorenzo racconta diverse realtà sociali che si specchiano nei propri sogni, fantasie, tormenti o gioie, tramite una tecnica personale, che si realizza grazie all'impiego di una lastra di plexiglass trasparente, lavorata su entrambi i lati (fronte e verso).

Sul retro, con la stratificazione di smalti, ottiene il fondo del dipinto, (parole, alberi, linee o semplici macchie in un contesto astratto-informale), che alla fine risulterà visibile esclusivamente osservando il fronte.

I personaggi e gli oggetti che completano il messaggio pittorico, invece, sono dipinti in acrilico sul fronte, creando così una sorta di effetto tridimensionale più o meno evidente. Il tutto è dato dal distacco che si crea tra fondo ed elementi in primo piano, grazie allo spessore della lastra.

 

Lorenzo Villa descrive sogni, e lo fa accostando diversi livelli semiotici, inserendo i personaggi in uno scenario moderno eppure indefinito e onirico. Sono bambini e ragazze che camminano e danzano per le strade della periferia urbana, carichi della grazia e del peso delle idee. I pensieri si traducono in messaggi tracciati rapidamente su di una nuova superficie scabra, utile a esprimere l'urgenza delle emozioni. In questo mondo d'intrecci, non c'è spazio per le elaborazioni concettuali: basta una singola parola, uno slogan per trasmettere il significato essenziale do ciò che agita la società. Lo sguardo si sofferma su un frame che blocca un istante fotografico, catturando tutto il dinamismo de un'azione, ma il percorso degli individui si spinge verso altri panorami, questa volta interiori. Ci si ritrova così a contemplare una valle spoglia, (l'esatto contrario della città brulicante), dove solo un albero stilizzato e nervoso, diventa insieme riparo e concretizzazione dell'incertezza psicologica, come se il flusso elettrico dell'attività neuronale si fosse manifestato in una selva di tratti veloci ed esplosivi, vicino al linguaggio del fumetto d'autore. I cani, una bimba, un uomo… i protagonisti sono fermi davanti all'orizzonte, quasi in attesa di Godot e la loro mente si apre al futuro e si chiude in una riflessione totalmente privata. In ogni caso resta un leggero alone spirituale che modula la declinazione dei desideri e di una bellezza ermetica, sfiora la trascendenza mistica di un portale perso in lontananza o si distingue nelle forme scherzosamente ritagliate nella natura. L'uso bilanciato di pochi colori, che spiccano sui toni del bianco e nero, sottolinea il duplice spostamento, (reale e metaforico), e il ritorno costante di alcuni elementi chiave: è un lavoro di sottrazione che sembra voler dar corpo e movimento a quelle immagini che nascono dal fondo della coscienza e s'imprimo sulla retina. L'utilizzo di materiali innovativi dà allo spettatore l'impressione di poter toccare la magia delle lastre lisce e modernissime che si possono porre in sequenza per ricostruire un codice che mescola l'attenzione al dettaglio figurativo e una deriva percettiva astratta. 

Dott.ssa  Elena Colombo  Critico d'Arte.